Le cause che fanno fallire una impresa o che la portano alla liquidazione volontaria (o in bonis) sono diverse:
Secondo l’ultimo studio Cerved, analizzando i dati degli ultimi due anni completi, le procedure concorsuali fallimentari sono cresciute sia nel 2023 (+9,8%) sia nel 2024, dove hanno registrato un ulteriore picco (+17,2%). In numeri assoluti i casi sono quindi passati dai 7.848 del 2023 ai 9.194 del 2024 e si concentrano soprattutto nel Nord Ovest del Paese (30% delle procedure), tra le società di capitali (82%) e nei servizi (35%). Tra i macro-comparti in forte crescita troviamo Costruzioni (+25,7%), Industria (+21,2%), in particolare metalli (+48,4%) e sistema moda (+41,1%). Largo consumo e chimica e farmaceutica sono invece in controtendenza.
Le cause di questo peggioramento generalizzato sono da ricercare nel forte incremento dei costi, soprattutto energetici, e degli oneri sui debiti, a cui va aggiunto il deteriorarsi della congiuntura economica del 2024 che ha accelerato il processo.
In Italia, a luglio 2022, è entrata in vigore la nuova disciplina sulla Crisi d’impresa e sull’insolvenza che rappresenta una vera rivoluzione per il nostro ordinamento giudiziale. La normativa fornisce maggior spazio a strumenti alternativi di risoluzione della crisi oggi ritenuti più efficienti della vecchia legge fallimentare. La logica seguita è quella “debtor oriented” già utilizzata presso altri ordinamenti europei (tra cui quelli di Francia, Germania e Spagna). In questo modo l’imprenditore dovrebbe avere meno difficoltà a far emergere tempestivamente lo stato di crisi d’impresa.
La liquidazione è volontaria quando a decidere la chiusura dell’azienda in crisi sono i soci, che dispongono della libertà di cessare l’attività quando lo desiderano, anche senza una motivazione specifica,
La liquidazione è giudiziale se disposta forzatamente da un Tribunale ed è coatta amministrativa, se disposta dall’autorità amministrativa.
Mettere la propria azienda in liquidazione significa che, non essendoci più possibilità di sopravvivenza per la stessa, il CEO o i soci dell’azienda o il Consiglio di Amministrazione, nel caso in cui si stia parlando di aziende di grandi dimensioni, decidono di chiuderla e liquidare i suoi beni.
In altri casi può verificarsi che lo scioglimento dipenda da cause disciplinate dalla legge, ad esempio quando viene meno la pluralità dei soci e non viene ricostituita entro 6 mesi.
Il ricavato che deriva dalla vendita di tutti i beni materiali viene usato per pagare tutti i debiti. Se, completata la procedura di liquidazione, rimane un patrimonio attivo questo viene diviso tra gli aventi diritto (in genere i soci). La procedura si conclude una volta che l’azienda ha liquidato tutti i propri beni, quindi cessa di esistere.
Il procedimento di liquidazione è composto da tre fasi: una fase preliminare che vede la successione tra amministratori e liquidatori (lo scioglimento), una seconda fase, gestita dai liquidatori, in cui si procede alla vera e propria attività di liquidazione dei beni e delle attività aziendali (la liquidazione) e un’ultima fase, sempre gestita dai liquidatori, di chiusura del procedimento, che prevede il riparto dell’eventuale residuo attivo e la cancellazione della società dal registro delle imprese (l’estinzione).
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